La sindrome del “nuovo piano”: quando l’emergenza diventa la norma

E’ molto curioso che di fronte alle emergenze che colpiscono vari settori dell’economia e della società, gli amministratori e anche il Governo si producano sempre più nel “gioco dell’annuncio di un nuovo piano”, una sorta di sindrome che sembra colpire chi deve rispondere con una strategia coerente alle esigenze della collettività ma che, di fronte ai fatti, è solo capace di indicare la necessità di realizzare un “nuovo piano”, cancellando tutto quello che si potrebbe fare a partire da quanto già in essere. Ovvero attuando quanto già in qualche modo programmato e normato.

La sensazione è molto forte se si osservano le scelte promosse dal Governo in tema di edilizia e territorio, ma lo è ancora di più rispetto alle recenti esternazioni del viceministro Ciaccia riguardo il tema del social housing. Ma partiamo dal principio e vediamo perché parliamo di sindrome. Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia del Territorio, nel terzo trimestre del 2012 le compravendite immobiliari sono crollate, con un tasso tendenziale annuo pari a -25,8%, superiore a quello tendenziale del II trimestre 2012 (-24,9%). E’ crollata in sostanza la fiducia dei risparmiatori, schiacciati tra la riduzione dell’accesso ai mutui e l’aumento della tassazione immobiliare, ed è calato anche il mercato di chi compravende immobili per adeguare le proprie esigenze.

Si attende, si aspettano “tempi migliori”, in tutti i sensi, sia tempi economici che sociali. Negli stessi giorni molte indagini congiunturali hanno evidenziato il crollo del 40% del mercato dell’edilizia dal 2008 ad oggi. Per fronteggiare questo trend negativo il viceministro Ciaccia propone “un nuovo piano Fanfani”, ovvero il piano di ricostruzione residenziale post-bellica che non solo ha dato una casa a chi non l’aveva, ma ha contribuito a creare, in un periodo di estrema difficoltà, molto lavoro.

Ma il piano Fanfani era un piano straordinario nell’Italia degli anni ’50 che usciva da una grave guerra. La situazione di emergenza abitativa alla quale assistiamo oggi e alla quale fa riferimento il viceministro ha invece tutt’altre caratteristiche. E’ una crisi del ceto medio, delle giovani coppie, degli anziani soli. E’ una crisi che andrebbe affrontata utilizzando gli strumenti che già abbiamo a disposizione e non proponendo nuovi piani, come ad esempio il “piano per le città” che ha raccolto 420 progetti per 12 miliari di investimenti, avendo a disposizione solo 224 milioni di euro. E neppure tutti subito, ma dilazionati in sei anni. L’ipotesi su cui il viceministro sta lavorando prevede la costruzione di alloggi “a riscatto”, con un sistema di finanziamento nel quale la Cassa Depositi e Prestiti e la Bei acquistano titoli emessi dalle banche per finanziare i mutui residenziali. Si tratterebbe di vere e proprie ‘cartelle fondiarie’ con la collaborazione della CDP, o di una cartolarizzazione di mutui già in corso concessi dalle banche. Inoltre, la gestione del patrimonio realizzato per il periodo di locazione previsto potrebbe essere affidata agli ex Iacp.

Chi dovrebbe realizzare questi interventi? I Comuni, ad esempio. Ma il viceministro dimentica i vincoli del patto di stabilità. E dimentica anche che invece di un nuovo piano, basterebbe sbloccare le risorse bloccate proprio presso CDP (2 miliardi) e avviare operativamente il Fia, il Fondo Nazionale per il social housing, che dopo il decreto emesso a luglio, che lo ha dotato di maggiori spazi di intervento, da agosto a oggi non ha fatto un passo in avanti e non è stato ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Non serve un nuovo piano, basta rendere utilizzabili le scelte già fatte.

 

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il commento
Inserisci il tuo nome qui