I debiti a livello globale hanno raggiunto l’incredibile cifra di 346 mila miliardi di dollari. Che cosa succederà?
L’intelligenza artificiale, l’inverno demografico, la sostenibilità. Non si può negare che questi macro trend, come è emerso anche nel corso dell’ultimo Convegno YouTrade, siano binari su cui si muoverà anche l’anno che è appena iniziato. Ma non bisogna tralasciare la tendenza che rischia di incidere ancora di più, con l’aggravante di rimanere nascosta sotto il tappeto della comunicazione istituzionale. E non solo quello del governo italiano, ma praticamente di i grandi Stati dei due emisferi del globo. Più che tendenza, in effetti, l’aumento vertiginoso del debito sembra il corso del Po quando le piogge autunnali accendono la luce rossa dell’emergenza. Perché il mondo è sempre più indebitato, sia Occidente sia a Oriente, al Nord come al Sud. Secondo il conteggio del Global Debt Monitor, allo scorso settembre il debito mondiale era salito a 346 mila miliardi di dollari, con un aumento di circa 26 mila miliardi rispetto al 31 dicembre 2024. E i soldi ricevuti in prestito significano anche interessi da pagare sempre maggiori. Se si mette a confronto il totale del debito globale con la ricchezza, se ne ricava una incidenza del 310%.

Quanto questo dato possa influire sulle economie locali non immediatamente evidente. A patto che non si creino squilibri dovuti a qualche fattore improvviso, un cigno nero come una guerra non preventivata (l’invasione dell’Ucraina costituisce un precedente), un’epidemia (il covid insegna) o default a catena nel sistema finanziario (come nella crisi del 2008 con il fallimento di Lehman Brothers). Insomma, benché casi come quelli citati potevano sembrare fantasiosi, prima che avvenissero, non si può escludere che la storia del mondo non ne riservi altri. Gli scongiuri sono ammessi. In Italia, tra l’altro, a dispetto della diminuzione dello spread (che misura la differenza di interessi da pagare sui bond italiani e quelli tedeschi), la questione del debito pubblico rimane calda. Vale la pena di ricordare che nel 2025, il debito pubblico italiano è salito a circa 3.131 miliardi di euro, con un rapporto sul Pil del 138%. In questo rapporto l’Italia è tra i primi al mondo: il Giappone è al primo posto per rapporto debito-Pil con oltre il 250%, ma è quasi totalmente interno, seguito da Grecia, Sudan, Usa, Francia e Italia. In termini assoluti quello italiano è il terzo debito pubblico dopo quelli di Usa e Giappone che, però, hanno economie più grandi e solide.

Ma sono Cina e Stati Uniti i paesi che hanno fatto maggiormente ricorso al debito con aumenti più consistenti, seguiti da Francia, Italia e Brasile. La politica fiscale americana, con il Big Beautiful Bill (la legge di Bilancio Usa voluta da Donald Trump) con l’aumento delle spese per la difesa è destinata a caricare altro debito per il prossimo futuro e solleva dubbi sulla possibilità di finanziare i nuovi esborsi. Non a caso il dollaro si è indebolito e i Treasury Bond (le obbligazioni Usa) hanno perso appeal. Un fattore che è alla base della corsa del prezzo dell’oro (gli Statu vendono obbligazioni Usa e comprano metallo giallo).
Insomma, una situazione preoccupante? In realtà è ancora peggio. Perché al debito degli Stati si aggiunge quello delle aziende private, aumentato nel corso del 2025 anche grazie a una morbida politica di finanziamento da parte del sistema bancario. Prestare denaro fa guadagnare le banche (a patto che i soldi siano poi restituiti) e per questa ragione l’ammontare complessivo del debito privato si sta avvicinando alla soglia dei 100 mila miliardi di dollari, concentrato tra Cina, Francia, Germania e Stati Uniti. Uno degli epicentri del debito riguarda le Big Tech, le aziende legate all’intelligenza artificiale. Secondo un’analisi del Financial Times, istituti finanziari tra cui Pimco, BlackRock, Apollo, Blue Owl Capital e banche statunitensi come JpMorgan, hanno finanziato per 120 miliardi di dollari la costruzione di data center destinati all’infrastruttura informatica dei gruppi tecnologici. Sono soldi portati fuori bilancio con società veicolo. E che dovranno essere restituiti, con gli interessi. Sempre che l’Ai si dimostri un’attività profittevole in un tempo ragionevole, si intende.



