Allarme dissesto idrogeologico e come spendere i 2,5 miliardi del Pnrr

Foto di LucyKaef da Pixabay

Bombe d’acqua, alluvioni, dissesto idrogeologico sono temi che ormai ricorrono nel dibattito pubblico, anche grazie all’attenzione mediatica che suscitano eventi come l’uragano che ha colpito la Sicilia poco tempo fa.

Con 620.808 mila frane su un’area di 23.700 chilometri quadrati, cioè il 7,9% del territorio nazionale (Fonte Ispra), l’Italia è uno dei Paesi europei più franosi: una condizione dovuta anche alla mancanza di drenaggio del suolo, che porta a conseguenze sempre più catastrofiche a fronte di eventi dirompenti.

«I fenomeni meteorici sono cambiati, la pioggia è molto più violenta, ma non dobbiamo dimenticare che in questi ultimi trent’anni in Italia si è costruito in maniera intensiva. Cementificando il territorio, l’acqua ha meno possibilità di essere smaltita, creando in molti casi allagamenti e risalita di falde sotto le pavimentazioni. I sistemi di drenaggio non sono sempre adeguati, e dal punto di vista operativo non si interviene abbastanza».

A lanciare l’allarme è stato Toni Principi, vicepresidente di Aises, Associazione Italiana Segnaletica e Sicurezza che fa parte di Finco – Federazione Industrie e Costruzioni, durante l’incontro Allarme dissesto idrogeologico (e come spendere 2,5 miliardi), organizzato nell’ambito del XIV Convegno Nazionale YouTrade.

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Toni Principi, vicepresidente di Aises

I 2,5 miliardi sono gli euro stanziati dal Pnrr tramite i fondi europei per le misure di gestione del rischio di alluvione e la riduzione del rischio idrogeologico, tra cui rientrano anche i sistemi per la raccolta e lo smaltimento delle acque superficiali tramite il drenaggio lineare.

«Installare sistemi di drenaggio lineare non risolve sicuramente il problema del dissesto idrogeologico, ma può dare un contributo fondamentale. In Italia questi sistemi coprono solo il 5-6% del territorio, mentre in altri paesi europei arriviamo fino al 20%. Si tratta dunque di un problema di cultura, oltre che di adeguata progettazione», commenta Principi.

I canali di drenaggio sono regolamentati dalla normativa europea Uni-En 1433:2008 che specifica i requisiti dei sistemi per la raccolta e il convogliamento delle acque superficiali installate in aree soggette a passaggio di veicoli e/o pedoni e le classi di portata secondo i diversi tipi di impiego.

Questa norma, che garantisce ogni manufatto per due anni, obbliga tutti i produttori ad assumersi la responsabilità del prodotto, oltre a indicare adeguate istruzioni per la posa in opera.

«La corretta installazione e manutenzione sono fondamentali per questo tipo di manufatti. Bisogna educare il mercato alla giusta installazione, altrimenti il risultato non sarà mai adeguato allo scopo, oltre a provocare potenziali rischi», afferma il vicepresidente di Aises.

Per questo è importante avere a disposizione sempre le schede tecniche dei prodotti, oltre alle dichiarazioni di prestazione (Dop), che per legge devono essere pubbliche.

«Sicuramente l’esistenza di una norma armonizzata, come la Uni-En 1433:2008, che specifica i parametri e le caratteristiche dei manufatti, garantisce una certa qualità al settore», commenta Principi. «È tuttavia auspicabile una maggiore cooperazione tra mondo della produzione, della progettazione e della distribuzione affinché sia possibile diffondere la cultura del drenaggio, creando sicurezza e dando un valore alla collettività, oltre a garantire un business per le aziende e gli operatori del settore dell’edilizia. Occorrerebbe agire secondo una logica di filiera, creando modelli gestionali collaborativi e ricavati dall’esperienza, partecipare ai tavoli tecnici e istituzionali all’interno delle associazioni, far crescere l’interesse del mercato e diffondere l’idea che installare un buon drenaggio lineare possa dare un contributo rilevante nel ridurre l’incidenza di allagamenti e danni causati dal maltempo». 

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