Risparmio energetico: e se la Terra si salvasse grazie al superbonus?

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E se la Terra si salvasse grazie al superbonus? Forse è una sintesi estrema, ma un fondamento (solido) c’è.

Partiamo dall’emergenza climatica, che riassumiamo in poche righe, nella speranza che non sia necessario convincere più nessuno: se la temperatura media continua ad aumentare, il ghiaccio dei Poli seguiterà a sciogliersi e tra un po’ di anni dovremo dire addio a Venezia e a parecchie città delle coste italiane, sommerse dall’innalzamento dei mari. Inoltre, subiremo un sacco di violenze climatiche estreme, che peraltro hanno iniziato già a segnare il cambiamento climatico con temperature fuori norma, temporali tropicali, grandine che sembra il bombardamento di Baghdad.

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L’innalzamento dei mari dal 1993 (in millimetri)

Emergenza climatica: se si rompe il ghiaccio

Il climate change riguarda l’aumento di temperatura indotto da emissioni di gas a effetto serra, come anidride carbonica (CO2) e metano (CH4). La temperatura globale è cresciuta di 0,8 gradi dal 1880 a oggi (dati Nasa), ma circa due terzi del riscaldamento si è consumato solo dal 1975 ad oggi: un tasso di crescita dello 0,15-0,20 gradi centigradi a decennio.

Sembra poco, ma è quanto basta a provocare disastri, che si accentueranno ancora di più se non si pone rimedio: la crescita prevista è di 1,5 gradi o forse più entro i prossimi 20 anni. La soglia, già critica, rischia di essere sfondata ancora.

Gli effetti immediati, secondo i centri di ricerca, saranno carenza di cibo e acqua potabile, inondazione delle zone costiere e decuplicazione della frequenza di eventi estremi rispetto ai valori del 2010. L’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha stimato che il 76% delle emissioni derivi dalla CO2, il 16% dal metano, il 6% dall’ossido di azoto, più un ulteriore 2% dagli F-gas.

Come limitare i danni ambientali

Premesso questo, e aggiunto che ormai anche i Paesi più inquinatori, come Stati Uniti e Cina si sono resi conto che bisogna cercare perlomeno di limitare i danni, resta un nodo grande come una casa: come diavolo si fa?

Le risposte sono due: bisogna utilizzare il più possibile energie rinnovabili, onde ridurre o azzerare l’uso di carbone, petrolio e gas che tanto prima o poi finiranno, e in secondo luogo è necessario abbassare i consumi fino ad azzerarli. Ma qui sta l’ostacolo: sono tutte scelte difficili, costose e radicali. E di buone intenzioni, ripeteva Karl Marx, è lastricata la via per l’inferno.

Per esempio, se è così ovvio che bisogna utilizzare energie rinnovabili, perché non si utilizzano? Il problema è che il mondo è più complicato di quanto immagini chi (in media) affronta questi argomenti su Facebook o Instagram.

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Le fonti di energia rinnovabile

Il Pnrr, il super piano del governo che con i soldi europei punta alla transizione ecologica, con tanto di ministero ad hoc, potrebbe essere un buon passo in avanti. E la direttiva europea Red2 per incentivare le fonti rinnovabili d’energia testimonia una eurospinta ad accelerare i tempi. Ma i dubbi non mancano, perché l’Italia non si distingue per la capacità di realizzare i suoi progetti, neppure quando si tratta di portare avanti quello che ha già programmato.

Nel 2020, per esempio, la potenza rinnovabile istallata è scesa a 784 megawatt, il 35,4% in meno rispetto al 2019. E una ventina di impianti di produzione energetica (tradizionale) sono in attesa di autorizzazioni, nonostante dal 2008 non si costruiscano più centrali tradizionali e, per fortuna, molti impianti obsoleti siano stati dimessi.

Energie rinnovabili: si costruiscono pochi impianti

Ma il tallone d’Achille sono proprio le energie rinnovabili. Si costruiscono pochi impianti perché a parole tutti gli italiani vogliono l’energia verde, pulita e rinnovabile, ma nessuno vuole un parco eolico sulla collina di fronte a casa, o una distesa di pannelli fotovoltaici al posto di un prato verde.

Secondo i dati di Anie, nei primi tre mesi del 2021 la costruzione di nuove centrali eoliche è frenata del -31%. Gli impianti per l’idroelettrico hanno fatto ancora peggio: -79%. Un’eccezione è il fotovoltaico, ma solo per l’introduzione di un grande impianto a Parma che ha alzato la media. Al Sud, l’area più soleggiata d’Italia, i pannelli solari sembrano non essere graditi.

I motivi? Sono da cercare nelle conferenze di servizio (incontro, che si traduce spesso in scontro, tra pubbliche amministrazioni) continuamente rinviate, negli stop che arrivano dalle sovrintendenze ai beni culturali (d’altra parte, una delle industrie principali dell’Italia è il turismo). Ma uno dei principali ostacoli è, paradossalmente, proprio l’ambientalismo: da una parte c’è la richiesta è di utilizzare energia pulita, dall’altra l’esigenza della salvaguardia del paesaggio e della natura, proprio contro gli impianti di energia pulita.

Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, l’associazione confindustriale dei produttori elettrici, ha perfino inventato il Ritardòmetro, che conteggia i giorni passati da quando un provvedimento approvato avrebbe dovuto essere adottato. 

La contraddizione tra desiderio di energia verde e resistenza contro gli impianti che la producono, esemplifica come sia più facile postare qualche riga di denuncia green su Facebook piuttosto che passare ai fatti.

Gli esempi non mancano: gli ultimi comitati per il no ai pannelli solari si registrano a Loreo (Rovigo), mentre a Vicchio (Firenze) la protesta è contro le pale eoliche per il Mugello. In Lazio un gruppo di imprenditori ha investito su un centinaio di progetti da 2 mila megawatt solari. La Regione Lazio e le Province hanno concesso subito Via, Autorizzazione unica e Paur. Ma i lavori sono bloccati dallo stop per l’impatto paesaggistico dai ricorsi presentati dal ministero della Cultura.

Storie analoghe si registrano in tutta Italia. E tutto questo mentre le regole europee, oltre che il buonsenso, impongono di accelerare la transizione verso un consumo quasi zero: a parere di Anie Rinnovabili, di questo passo il piano italiano che pone il traguardo al 2030 sarà raggiunto nel 2074.

Gli investimenti del Pnrr con i soldi europei serviranno a sbloccare l’impasse? Secondo uno studio dell’energy & strategy group della School of management del Politecnico di Milano, di questo passo anche sfruttando i 5,9 miliardi di euro previsti dal Pnrr gli obiettivi non si raggiungeranno.

Nei primi tre mesi dell’anno (fonte Anie) il fotovoltaico è cresciuto in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, appena con quattro impianti di taglia industriale. Tra gli impianti eolici, ne è stato avviato un solo in Calabria, che rappresenta i 21,06 megawatt eolici di tutto l’anno.

Piano nazionale di ripresa e resilienza: il Governo accelera verso le rinnovabili

C’è, però, anche una buona notizia: con il decreto legge del 31 maggio il governo ha deciso di accelerare e snellire i procedimenti nel settore delle rinnovabili che sono, appunto, necessari per l’attuazione della «rivoluzione verde e transizione ecologica» del Recovery Plan.

La-concentrazione-di-CO2-dal-1958-a-oggi
La concentrazione di CO2 dal 1958 a oggi

Per accelerare le procedure è stato esteso l’ambito di applicazione della procedura abilitativa semplificata (Pas), che consente di iniziare i lavori dopo 30 giorni dalla presentazione dell’istanza. Inoltre, sono state introdotte deroghe alla disciplina dei
procedimenti di screening ambientale e di Via per quei progetti localizzati su aree prive di vincoli paesaggistici e ambientali.

Ancora: il decreto prevede che i progetti per la realizzazione di impianti fotovoltaici di potenza sino a 10 Mw connessi alla rete elettrica di media tensione e in area a destinazione industriale o produttiva, non indicati dalle Regioni come aree e siti non idonei alla installazione di impianti, siano ora autorizzati con l’attivazione della Pas in deroga alle procedure di screening ambientale e di Via e anche in assenza di piani attuativi urbanistici, a condizione che il proponente auto-dichiari l’assenza di interessamento di aree non idonee.

Altre semplificazioni sono previste per gli impianti eolici: ora il ministero della Cultura partecipa al procedimento, ma può esprimersi con un parere non vincolante. Anche se non tutti i vincoli sono stati eliminati e gli effetti sono tutti da verificare, si tratta comunque di un passo in avanti. 

Produrre energia verde non è così semplice

Ma produrre energia verde non è così semplice. Inoltre, anche senza contare gli intoppi burocratici e l’impatto sociale, siamo sicuri che il vento e la luce del sole basterebbero a soddisfare il nostro bisogno di energia?

Senza contare che l’impulso a elettrificare il parco automobilistico, spinto dalle case di produzione che potranno così rendere obbligatorio l’acquisto di una nuova auto, porterà a un incredibile bisogno di energia ora soddisfatto al 99% dal petrolio (e lasciamo perdere che per fare il «pieno» a un’auto elettrica ci vuole un sacco di tempo).

Quante colonnine saranno necessarie per consentire di ricaricare le automobili elettriche? E se oggi è noioso attendere il proprio turno per fare benzina a un distributore, domani quanto sarà esasperante aspettare 20 minuti per ogni auto? Insomma, anche se produrre più energia rinnovabile è una strada che deve essere percorsa con più convinzione, al momento è difficile immaginare un mondo in cui ogni kilowatt prodotto derivi dalla luce del
sole o del vento.

Apriamo e chiudiamo una parentesi: l’idrogeno verde, al momento, costa tre-quattro volte quello «grigio» cioè prodotto con l’utilizzo di carbone e petrolio, che nei fatti è inquinante come le fonti tradizionali. Con buona pace di chi sogna una semplice transizione all’energia a idrogeno.

Insomma, le energie rinnovabili vanno incentivate e si spera che la tecnologia negli anni migliori le prestazioni, ma i dubbi sulla possibilità che sostituisca l’energia prodotta da petrolio, carbone e gas, allo stato attuale, è un sogno.

Senza contare i problemi geopolitici, perché le materie prime che servono per la tecnologia verde, come le enormi batterie per conservare e distribuire l’elettricità, sono prodotte con metalli e terre rare che in gran parte arrivano dalla Cina: una spada di Damocle sul destino dell’Occidente.

Rimane, però, la strada alternativa: il risparmio di energia. Secondo una ricerca condotta in 27 Paesi da Eurac, centro di ricerche che ha sede a Bolzano, gli edifici residenziali sono caratterizzati da una domanda media di circa 140 kWh per metro quadro l’anno per il riscaldamento, mentre per la fornitura di acqua calda ne servono in media 25 e altri 20 kWh per il raffrescamento estivo.

Inoltre, in Europa, gli edifici sono responsabili del 40% del consumo energetico e circa due terzi di questi consumi sono causati dal riscaldamento. Tra questi, le abitazioni hanno un peso maggiore rispetto agli uffici, in quanto rappresentano oltre il 90% degli edifici.

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Consumo di energia nel 2020. Fonte: Terna

Ecco perché, paradossalmente, il superbonus e, più in generale, la riqualificazione energetica del patrimonio abitativo italiano ed europeo, può fare molto di più per combattere il riscaldamento globale e il climate change della conversione delle automobili a propulsione elettrica. Elettricità che, se continuerà a essere in gran parte prodotta da fonti fossili, non farà altro che spostare l’inquinamento dai centri urbani alle aree dove sorgono le centrali. Un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto.

«Se si continua a produrre energia elettrica con vecchi metodi e non si passa a forme di produzione energia decarbonizzate, una macchina a energia elettrica può migliorare l’aria locale. Ma non globale», ha notato Stefano Cernuschi, ordinario di ingegneria ambientale al Politecnico di Milano.

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