Dissesto idrogeologico e sicurezza del territorio in Italia: lavori in corso ad Annunciopoli

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Segnatevi questa data: 2 luglio 2018. È il giorno in cui il governo Conte 1 ha deciso di sciogliere Italiasicura, organismo promosso nel 2014 dall’allora esecutivo e che aveva appena iniziato a lavorare sui cantieri per la sicurezza del territorio.

Dietro il colpo di spugna c’è stata, come sempre, la convinzione che ogni cosa che ha deciso un precedente governo sia sbagliata, da cambiare sempre e comunque. Così le competenze sono tornate al calduccio nei diversi ministeri, cioè al punto di partenza. Ministero dell’Ambiente e singole Regioni hanno ripreso in mano le redini degli investimenti (già stanziati, e quindi messi a Bilancio).

Risultato: tutto fermo o quasi. Anche perché, contemporaneamente, l’idea che si debba investire per una maggiore sicurezza del territorio, evidentemente, non è stata ritenuta prioritaria e, in buona sostanza, è rimasta nel cassetto della politica.

Conte 2, peraltro, non ha voluto cancellare il colpo di spugna di Conte 1 e il lavoro anti dissesto idrogeologico di Italiasicura non è stato riesumato anche se, più in generale, nel 2020 gli investimenti in opere pubbliche sono ripresi. Il covid ha fatto il resto.

Siamo a un punto morto, quindi? Uno spiraglio, per fortuna, c’è e si chiama Recovery Fund, i soldi europei, insomma, che potrebbero servire anche a ridurre il rischio idrogeologico. A patto di saperli spendere, naturalmente. Ma questo è un altro capitolo.

Storia d’Italia e delle catastrofi, dalle emergenze a Italiasicura

Nel frattempo Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi, rispettivamente coordinatore e vicecoordinatore di Italiasicura, hanno pubblicato un libro dal titolo eloquente: Storia d’Italia e delle catastrofi, dalle emergenze a Italiasicura.

Clima, alluvioni, frane, terremoti, eruzioni, maremoti, incendi, epidemie. Un volume che contiene parecchi numeri che dovrebbero far riflettere. Uno su tutti: 2,5 miliardi. È quanto, negli anni, è stato stanziato per aprire cantieri delle opere dotate di un progetto esecutivo.

Insomma, soldi pronti da spendere (in teoria) per progetti che ci sono già. Ma, in realtà, si potrebbe fare ancora di più, dato che la cifra rappresenta solo il 7,5% del piano nazionale di opere per mettere in sicurezza il territorio, che è di oltre 33 miliardi.

In sostanza, solo una minima parte degli interventi messi in agenda sono stati portati almeno alla fase progettuale e hanno almeno iniziato il cammino. Il motivo è noto: i diversi governi da 20 anni presentano piani strategici e opere da portare a termine con urgenza, per poi dimenticarsene. Anche perché, a essere onesti, il turnover dei ministri che si succedono a distanza di pochi anni (o mesi) contribuisce a far sparire i progetti nel dimenticatoio. 

A guardare con la lente quelli che sono i programmi definitivi per le opere del piano nazionale citato, si scopre che solo il 13,3% è arrivato a uno stadio esecutivo. E per circa il 50% degli interventi previsti dal piano nazionale esiste, in realtà, solo una semplice idea buttata sulla carta, senza progetti degni di questo nome, oppure semplicemente accennati genericamente.

Il libro citato racconta anche quanto sia difficile passare dall’idea alla operatività. Perché accusare genericamente la burocrazia di rallentare o impedire i cantieri è troppo vago, bisogna indicare quali sono gli impedimenti veri. E, nella concreta prassi, i gradini da salire e gli ostacoli da superare sono molti e, spesso, sorprendenti.

Come i 34 tipi di monitoraggio a cui sono sottoposte buona parte delle opere, di cui 14 da parte dello Stato e 24 in capo alle Regioni: un eccesso di burocrazia in nome delle autonomie locali che, di fatto, spezza un progetto in un puzzle infinito di tessere da comporre.

Altro aspetto irritante: Italiasicura a suo tempo aveva scovato 2,3 miliardi di fondi stanziati e inutilizzati perché spariti in mille rivoli nei bilanci di Stato e Regioni che, tutti assieme, controllano circa 10 mila uffici con diversi gradi di competenza, e vigilano (si fa per dire) sull’applicazione di oltre 1.500 leggi accumulate negli anni quando si tratta di opere pubbliche.

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Sicurezza del territorio: il nodo dei decreti attuativi

C’è, poi, un altro punto dolente, noto, sottolineato, descritto. Ma che rimane regolarmente registrato sulle pagine dei giornali, senza che sia risolto: il nodo dei decreti attuativi.

Nel Paese di Annunciopoli, sport preferito dai ministri di ogni colore e sfumatura, le opere pubbliche necessarie per ridurre il pericolo di dissesto idrogeologico sono tra le vittime della cattiva abitudine di ritenerle già avviate appena approvato uno stanziamento di bilancio o quando una legge si propone di «sveltire le pratiche e ridurre la burocrazia».

Peccato che alla legge quadro debba seguire il decreto attuativo, cioè quell’insieme di regole che permettono, nei fatti, l’avvio dei lavori. Un esempio? Il regolamento unico che dal 2019 avrebbe dovuto sostituire le linee guida Anac sugli appalti, disperso nel bosco delle buone intenzioni. Oppure la digitalizzazione delle procedure e l’interoperabilità delle banche dati, annegato nel mare della tranquillità.

Senza parlare della semplificazione delle procedure ordinarie, che dormono sonni tranquilli. Nei fatti, dei 62 provvedimenti attuativi previsti dal codice del 2016 solo la metà è stato seguito dai decreti attuativi, mentre altri sono in pratica dimenticati o disattesi. Negli appalti pubblici, ha notato il Sole 24Ore, la mancata attuazione delle riforme-chiave si accompagna all’instabilità legislativa e alla super produzione di regolamenti, codici, norme.

In tre anni e mezzo sul settore delle costruzioni si sono abbattute 547 modifiche con 28 nuovi provvedimenti normativi. Tanto per rimanere alla cronaca più recente, il celebre decreto Sbloccacantieri (governo Conte 1), varato nel 2019, ha introdotto 51 modifiche, mentre il decreto Semplificazioni (governo Conte 2), luglio 2020, ha aggiunto altre 21 modifiche, tra deroghe e nuove procedure.

Risultato: per lo Sbloccacantieri sono stati previsti 22 decreti, ma ne sono arrivati meno di una decina, mentre per il decreto Semplificazioni, che ha introdotto il Durc di congruità, il fondo per la prosecuzione delle opere o le semplificazioni in campo ambientale, il bilancio è zero, nessuna procedura è stata seguita da decreto attuativo.

Intendiamoci, non tutto il male viene per nuocere: nell’oblio sono caduti anche progetti come quello di istituire una Centrale di progettazione pubblica dove far confluire tutte le richieste di progetti avanzate dagli enti locali privi di competenze tecniche: un’ideona del Conte 1, per fortuna stoppata nel Conte 2, che avrebbe creato altri posti di lavoro a Palazzo Chigi, ma pochi cantieri.

Così come è morto sul nascere, per ora, un altro baraccone pubblico, Italia Infrastrutture, previsto dal decreto Sbloccacantieri «per la celere cantierizzazione delle opere pubbliche». Che probabilmente sarebbe stata celere solo nell’assumere qualche dipendente pubblico in più.

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Rischio idrogeologico in Europa: nella Top 10 otto regioni italiane

Ma solo in Italia esiste il rischio idrogeologico? No, anche in altre aree dell’Europa il problema è sentito. Ma l’Italia vanta il primato di avere la quota maggiore di forte erosione del suolo a causa dell’acqua tra i dieci territori dell’Unione europea a rischio. Nella top 10, infatti, si trovano otto Regioni italiane: Marche, Sicilia, Calabria, Campania, Molise, Valle d’Aosta, Basilicata e Umbria.

La classifica negativa è contenuta nelle tabelle pubblicate sul Regional Yearbook 2020 di Eurostat, l’organismo statistico europeo. Al primo posto delle aree a rischio c’è l’area delle Marche, con una quota del 47,6% del territorio, seguita da Sicilia (43,9%), Calabria (40,2%), le isole ionie in Grecia e la Campania (entrambe con il 37,4%), il Molise (37,2%), la Valle d’Aosta (33,9%), la Basilicata (32,1%) e l’Umbria (32%), a fronte di una media europea del 5,3%.

E le cose, secondo i tecnici di Eurostat, rischiano di peggiorare a causa del cambiamento climatico, che favorisce eventi meteorologici estremi, con tempeste e periodi prolungati di pioggia o siccità, che determinino un livello maggiore di erosione del suolo.

Piogge, acque superficiali o ruscellamento possono rimuovere il suolo determinando, tra l’altro, perdita di suolo fertile, rottura delle strutture del suolo (con conseguente rilascio di anidride carbonica), riduzione delle riserve idriche, maggior rischio di inondazioni e frane, inquinamento delle falde acquifere, impatto negativo sugli habitat e la biodiversità.

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