Così le città annegano: intervista all’ingegnere idraulico Mauro Resenterra

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«Maltempo, nubifragio a Moncalieri: chiusi i sottopassi allagati». «Sulla Francesca buche e allagamenti a ogni temporale: serve un intervento urgente». «Ancora allagamenti a Monza e Brianza, la società BrianzAcque chiede l’istituzione di una task force per affrontare
il problema». «Maltempo in Lombardia: frane, allagamenti e strade chiuse», sono solo alcuni dei titoli pubblicati di recente sui giornali, con una frequenza ormai prevedibile. È sufficiente un acquazzone per mandare in tilt la rete idrica. Certo i cambiamenti climatici stanno trasformando sensibilmente la portata degli eventi meteorici, scaricando sul nostro Paese bombe d’acqua, ma non basta dare la colpa al clima.

mauro-resenterraMauro Resenterra, ingegnere idraulico con una grande esperienza nello studio degli invasi di laminazione e dei problemi connessi ad allagamenti e insufficienza delle reti idriche, spiega a YouTrade quali sono le principali criticità del sistema italiano di gestione delle acque meteoriche e le possibili soluzioni.

Domanda. Perché ogni volta che abbiamo piogge importanti andiamo in tilt?
Risposta. A questo problema si sovrappongono più cause. Innanzitutto, soprattutto nei centri storici, troviamo una tipologia di fognatura mista, che ha cioè il compito di smaltire sia le acque reflue degli edifici, civili e industriali e, in occasione di eventi meteorici, anche le acque piovane. Queste fognature sono state posate 50-60 e più anni fa e hanno tubazioni dimensionate per un certo carico idraulico, che non è però più sufficiente per le necessità attuali. Non solo per eventi meteorici di più forte intensità, che scaricano dentro queste tubazioni una notevole quantità d’acqua, ma anche perché si trovano a gestire il drenaggio di un’area impermeabile maggiore di quella per cui sono state dimensionate.

D. La cementificazione ha portato anche a una sensibile diminuzione delle aree permeabili?
R. Esatto. Riducendo le aree permeabili a favore di quelle impermeabili, la componente di acqua meteorica che finisce nella rete di fognatura è ancora maggiore. Se a tutto questo aggiungiamo che, per scarsa manutenzione, su queste tubazioni lasciamo che si depositino sabbia e detriti, la sezione idraulica preposta a smaltire l’acqua si riduce ancora di più e, quindi, si riduce anche la capacità di smaltire il carico idraulico, con conseguenti rigurgiti e allagamenti.

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D. Le nuove normative stanno aiutando a risolvere le criticità?
R. La normativa sta aiutando molto per quanto riguarda quello che si costruisce ex novo. Non mi soffermo sulle delibere di riferimento, perché ogni Regione ha la sua, ma in generale la normativa impone che per ogni nuova urbanizzazione e trasformazione di suolo ci sia una separazione tra le acque reflue e quelle meteoriche, cosa che
non avviene nelle vecchie reti di fognatura.

D. Però il nuovo è una minima parte…
R. Infatti, e gli effetti collaterali sono sotto gli occhi di tutti. In più un punto cruciale è la manutenzione. A volte si crea un allagamento perché l’acqua non riesce proprio ad arrivare alla tubazione per le caditoie ostruite. Qui si apre un discorso di gestione. Mentre la manutenzione della rete delle acque nere e miste è in capo ai grandi gestori, quelle meteoriche sono delegate ai singoli comuni. Ecco che, allora, avere una frammentazione a macchia di leopardo può aggravare il problema.

D. Ci sono problemi dovuti anche alle vecchie reti di tipo misto?
R. Altre conseguenze abbastanza ricorrenti sono i cedimenti stradali. Succede che nel tempo il refluo corrode le tubazioni, che prevalentemente sono realizzate in cemento, materiale che non ha le prestazioni fisiche e meccaniche dei materiali di ultima generazione. Con il passare del tempo le lesioni si allargano creando dei vuoti intorno alla tubazione. Aggiungendo l’aumento esponenziale del traffico, puntualmente questo provoca dei crolli.

D. Ci sono dei periodi dell’anno in cui il problema è più forte?
R. Solitamente primavera e autunno sono le stagioni che presentano temporali di maggiore intensità. In realtà anche un solo evento particolarmente forte può mettere in crisi la rete, se sottodimensionata, in qualsiasi periodo dell’anno.

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D. Quindi, che cosa bisognerebbe fare per risolvere la situazione?
R. La soluzione non è semplice. Una separazione delle reti nei centri storici ha costi insostenibili, quindi non è fattibile. Ciò che oggi vedo possibile, invece, è studiare la rete nel dettaglio, ricostruire con modelli matematici l’effettivo comportamento della rete stessa, e andare a individuare i punti critici e le soluzioni da mettere in atto, in maniera dettagliata e puntuale, anche a fronte di sollecitazioni maggiori. Per esempio, interventi di alleggerimento del carico idraulico, come scolmatori verso vasche di laminazione o di accumulo. Per quanto riguarda le nuove edificazioni, anche dal punto di vista del carico idraulico generato, possibili soluzioni sono i tetti verdi, le pavimentazioni drenanti, il riutilizzo delle acque meteoriche per utilizzi non potabili.

D. Parliamo di cultura del settore: a che punto siamo in Italia?
R. In Italia non viene dato il giusto peso a questi argomenti finché non vengono fuori i problemi: quella dell’ingegnere idraulico è una professionalità poco considerata nella pianificazione urbanistica. Spesso veniamo chiamati nelle fasi finali del progetto, mentre sarebbe fondamentale che i dispositivi per l’invarianza idraulica entrassero in sinergia con gli altri aspetti del progetto fin dalla fase iniziale in maniera da integrarsi al meglio. Auspico che in futuro si arrivi a evitare interventi a macchia di leopardo, problematici da gestire, ma studiare il territorio nel suo complesso e individuare punti strategici dove inserire dispositivi per la gestione delle acque, come gli invasi di laminazione (aree soggette, in occasione delle piene, a inondazione controllata ndr). Sempre a patto che si costruisca dove è possibile, e non in zone critiche, se no ce le andiamo a cercare in partenza.

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