Chiuso per virus

Milano lockdown
Milano lockdown

La recente e ancora purtroppo irrisolta epidemia battezzata Coronavirus, oltre alle tristissime e letali conseguenze che sta avendo in diverse parti del mondo, sta anche mettendo in ginocchio la nostra economia, nella sua più ampia accezione, e naturalmente anche quella che ci riguarda più da vicino. Ciò che sta avvenendo nei punti vendita di materiali edili della “zona rossa” prima e in tutta Italia poi, è certamente la situazione più drammatica: rivendite forzatamente chiuse (a metà marzo più del 50% dei punti vendita nazionali è chiuso, soprattutto al nord) imprese che in moltissime zone non possono lavorare, ipotetici rifornimenti che non arrivano anche se i trasporti sono più o meno assicurati.

Verso la fine di febbraio l’emergenza pareva interessare solo il nord: Milano, che negli ultimi anni ha vissuto un periodo piuttosto florido, è più o meno ferma. Le zone a nord del capoluogo lombardo avvertono in modo limitato i disagi di questa situazione, ma lo stesso non possono dire province come Lodi e Piacenza. Bergamo e Brescia, con il passare dei giorni, hanno iniziato a vivere momenti davvero drammatici. Oggi, il nord Italia ha chiuso circa il 70% dei punti vendita. Man mano che si viaggia verso il Centro e il Sud la situazione sembra al momento meno catastrofica, ma le disposizioni del governo dicono di chiudere, non è il caso di andare troppo per il sottile, l’epidemia la dobbiamo combattere tutti insieme con comportamenti responsabili.

L’industria è a sua volta pesantemente colpita dagli effetti del virus, specialmente nelle zone più a rischio contagio. Soprattutto nel caso delle multinazionali, dove i protocolli sulla sicurezza sono più rigidi, ma le misure stringenti riguardano un po’ tutte le aziende, l’attività è confinata all’interno delle sedi. Sospese la maggior parte delle visite ai clienti, porte chiuse ai visitatori… una specie di quarantena industriale che di fatto blocca la maggior parte delle attività.

Al di là delle conseguenze economiche, delle ripercussioni sul PIL, e delle azioni ci auguriamo efficaci che il governo saprà (potrà) mettere a disposizione dell’imprenditoria più colpita dall’epidemia, rimane la considerazione che non siamo preparati a niente e la nostra fragilità emotiva deve farci ancora più paura del virus. I continui dibattiti che costituiscono l’ossatura della comunicazione di questi ultimi mesi, su tutti i media possibili e immaginabili, non aiutano certamente a tranquillizzare la gente. Ho avuto modo di assistere a un episodio che possiamo tranquillamente definire emblematico, in una panetteria di Melzo (MI): un signore è entrato e ha chiesto con cattiveria mista a panico 200 (duecento) baguette. E se il fornaio si fosse rifiutato di vendergliele, avrebbe chiamato i Carabinieri. Meno male che le baguette si sono materializzate, perché i Carabinieri li stavo chiamando io. Una storia che fa rima con l’assalto ai supermercati, con il timore di stringere la mano a un conoscente per strada, e con una serie pressoché infinita di incongruenze che iniziano dal “siamo tutti runner” e non finiscono con i demenziali “picnic nei parchi pubblici”, oggi forzatamente chiusi. Tiriamo avanti lavorando da casa quando è possibile, con un orecchio ai notiziari sperando in buone nuove.

La storia ci insegna che passerà anche questa, ma la stessa storia conferma ancora una volta l’imprevedibilità degli eventi che, come tali, possono trovare impreparato il tessuto sociale e produttivo di qualsiasi paese. Come non mai, remare tutti nella stessa direzione verso la soluzione dei problemi dovrebbe essere una priorità nazionale. La distribuzione edile sta soffrendo e tutti sperano che il governo le dia una mano. Forse il problema è che lo sperano tutti e alla fine probabilmente ci sarà poco da spartire. I magazzini edili, in questi giorni hanno l’opportunità di organizzarsi per la riapertura, lavorando sull’organizzazione interna e sulla qualità globale dell’offerta. Coraggio, riapriremo presto.

Roberto Anghinoni

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