Il processo di riqualificazione degli edifici è inevitabile. E per le imprese diventare sostenibili è un imperativo categorico. Ma non è facile. Perché costruire con prodotti e pratiche davvero verdi è costoso. A volte troppo. Così, per laterizi e ceramica…
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Si fa presto a dire green. La via virtuosa alla sostenibilità è necessaria, giusta, inevitabile. Ma difficile. Inutile nasconderlo: non sarà una passeggiata e, forse, il percorso non seguirà il tracciato disegnato (con molto ottimismo) sulla mappa. Non è facile.
Anche per il mondo dell’edilizia il percorso è denso di ostacoli. D’accordo che bisogna riqualificare gli edifici, costringere condomini e uffici pubblici a consumare meno, con bonus o senza. D’altra parte, c’è anche una direttiva europea già approvata, e sono chiari gli obiettivi da raggiungere entro una decina di anni. A questo si aggiunge un sentiment diffuso favorevole alla grande transizione verde.
Se, però, si stringe lo zoom sulla realtà, cioè sui problemi che questa transizione comporta, il film è diverso. Tutti d’accordo che l’obiettivo è superarli, ma ignorare gli ostacoli sarebbe sbagliato, oltre che controproducente.
Se n’è accorto anche il primo ministro inglese Rishi Sunak, che ha spostato il bando ai motori termici delle automobili dal 2030 al 2035. E, per quanto riguarda il settore automotive, anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sembra essersi convinta che la transizione Ue all’elettrico è un favore ai cinesi, che hanno il quasi monopolio delle batterie e stanno invadendo il mondo con le loro auto. Solo che, nel frattempo, spinte dalla politica green i produttori di auto europei hanno investito miliardi sul passaggio obbligato ai veicoli elettrici. Uno stop sarebbe rovinoso.

Questo per quanto riguarda i veicoli. Ma per il mondo delle costruzioni la situazione non è molto diversa. Senza superbonus sarà difficile convincere l’80% delle famiglie che possiede un immobile a mettere mano al portafogli per installare cappotti e pannelli fotovoltaici, visto che già faticano a pagare la bolletta del gas.
Intendiamoci, in un modo o nell’altro la transizione continuerà, ma non è una passeggiata. Anche perché la filosofia green impatta pesantemente non solo sulle capacità di spesa delle famiglie, ma anche sul mondo produttivo.
Lo testimonia anche il caso di Fbm, la Fornaci Briziarelli Marsciano. L’azienda specializzata nella produzione di tegole in laterizio, come è emerso nelle recenti cronache, si è trovata di fronte alla ipotesi di dividere l’impianto di Marsciano (Perugia) per mettersi in regola con le norme sulle emissioni di Co2. Scindere le linee produttive dovrebbe servire per non superare le emissioni annue di anidride carbonica ed evitare i pagamenti richiesti dall’Emissions trading system (Ets), il sistema europeo di compensazione della Co2. Eppure l’azienda rivendica una diminuzione delle emissioni del 54% rispetto al 2005.
Il sistema degli Ets
Conviene aprire una parentesi. Il sistema degli Ets è entrato in vigore nel 2005 con l’obiettivo di bilanciare le emissioni di anidride carbonica delle imprese energivore. È operativo in 31 Paesi, quelli della Ue, oltre a Islanda, Liechtenstein e Norvegia. È stato studiato in base al principio del cap and trade: un tetto che stabilisce la quantità massima che può essere emessa dagli impianti produttivi.
Il meccanismo prevede che ogni azienda di settori come cemento, acciaio, alluminio, ceramica, vetro, laterizi, abbia un tetto massimo di emissioni. Entro questo limite le imprese possono acquistare o vendere quote di emissioni in base alle loro esigenze. Cioè i certificati Ets, per compensare la Co2 prodotta.

Questi certificati si acquistano su uno speciale mercato, ma sono condizionati da molti fattori, come l’aumento o la diminuzione della domanda e dal costo dell’energia. Le aziende che non superano i limiti possono vendere certificati, altre sono tenute ad acquistarli. Nelle ultime settimane, per esempio, l’Ets costava circa 85 euro per tonnellata, dopo essere salito a 90 euro a inizio estate.
Tanto? Poco? Probabilmente quando sono stati introdotti gli Ets pochi hanno considerato le variazioni di prezzo che si sono registrate negli ultimi anni: nel 2013 un Ets si acquistava per 4 euro. Prima del Covid, nel 2019, era salito a 20. E prima della guerra in Ucraina, nel 2021, era già a 40. Ora è raddoppiato e nessuno sa dire se tra qualche mese potrà essere ancora più caro.
Anche perché, come per tutti i mercati, come la Borsa, il trading sulle materie prime o quello sulle obbligazioni, chi compra e rivende lo fa spesso per pura speculazione, non perché ne ha effettivamente necessità.
Va giù duro il presidente di Confindustria Ceramica, Giovanni Savorani: «L’Ets, un sistema coercitivo che penalizza in modo drastico le nostre aziende, nato per promuovere la transizione ecologica, ma che nei fatti non ha ridotto di una tonnellata le emissioni di Co2, ha semplicemente drenato risorse dall’industria e arricchito gli speculatori. Ci sono 250 intermediari che si scambiano quote di emissioni senza usarne un grammo, Bruxelles deve escludere gli speculatori finanziari dall’acquisto di quote di Co2», ha scandito nel giorno di apertura del Cersaie.

È un prezzo che le imprese devono pagare per una maggiore sostenibilità? Considerando che le aziende energivore continuano a emettere Co2, anche se la pagano cara, l’impatto positivo di questo meccanismo sull’ambiente sembra discutibile. In compenso, avvantaggia i concorrenti di Paesi come India e Cina che se ne impippano dell’inquinamento e producono ceramica o laterizio a un costo estremamente più basso.
Inoltre, anche in Europa si creano discriminazioni tra le industrie che, per la loro dislocazione geografica, possono utilizzare biomasse, di solito residui della lavorazione del legno e chi, il 90% delle imprese, è obbligata a ricorrere al gas.
Tra l’altro, alcuni Paesi tra cui l’Italia, ha già dal 2012 introdotto misure equivalenti all’Ets in termini di obiettivo di riduzione (opt-out) a cui può aderire chi ha emissioni inferiori a 25 mila tonnellate di Co2 all’anno, utilizzate spesso da impianti di minori dimensioni, tra cui numerosi produttori di ceramica e laterizi. E questo perché a parità di obiettivo ambientale il sistema italiano è meno costoso rispetto all’Ets.
Ma non tutti possono utilizzare questa soluzione alternativa: anche chi, come Fbm, può vantare una minore emissione di Co2 per quanto riguarda il trasporto, visto che ha a disposizione cave in prossimità degli impianti produttivi, deve ricorrere ai costosi Ets a causa delle dimensioni dell’azienda. In sintesi: molte aziende lamentano di subire un alto costo dell’energia rispetto a concorrenti degli altri Paesi, che si somma al prezzo da pagare come tributo all’impatto ambientale.
Transizione green e ceramica
Insomma, la sostenibilità costa cara e, a volte, diventa un ostacolo quasi insuperabile per le aziende. Un altro settore nel mirino della transizione green, per esempio, è quello della ceramica. Anche in questo caso è il sistema Ets a pesare come un macigno sul destino delle imprese, che rischiano di vedersi soffiare i clienti, perlomeno quelli di fascia bassa, dai produttori cinesi.
Secondo Franco Manfredini, vice presidente di Confindustria Ceramica, con delega all’energia, a rischio è soprattutto l’export, che è il punto di forza della ceramica. Anche perché la Commissione europea, sempre in ossequio alla svolta green, ha escluso la produzione ceramica da quei settori energivori a cui spettano compensazioni sotto forma di certificati a titolo gratuito. L’alternativa? Secondo Manfredini c’è chi pensa di chiudere e chi studia delocalizzazioni produttive. Una sciagura per un distretto come quello di Sassuolo.
Come superare l’ostacolo? In Italia ci hanno provato con la certificazione volontaria sulla sostenibilità, ideata e realizzata da Confindustria Ceramica. Hanno aderito 76 aziende per 84 stabilimenti. Risultato: si registra effettivamente un miglioramento sul fronte della sostenibilità. La percentuale di abbattimento dell’emissione di polveri da parte delle imprese del settore, secondo Confindustria, è stata del 99%, mentre 13 anni fa era al 50%.
Altro punto a favore: l’autoproduzione di energia elettrica, con 30 impianti di cogenerazione e i pannelli solari, ha raggiunto il 48,5%. Gli impianti di pannelli solari conteggiati erano 33 alla fine del 2022, ma saranno 58 entro la fine di quest’anno, con un incremento del 75%, e un incremento della produzione di energia del 120%. Non sono numeri da poco.
A questo si deve aggiungere che il 97% degli stabilimenti non scarica acqua di processo, mentre la percentuale di recupero ha raggiunto il 107%: significa che ci sono fabbriche che usano più acqua di scarto di quella che producono, assorbendola anche da altri siti produttivi. Un risultato che potrebbe essere apprezzato persino dagli attivisti di Ultima Generazione, se non fossero impegnati nei blocchi stradali o nello spargere vernice sui monumenti.
Il miglioramento in chiave green riguarda anche la logistica, un’attività rilevante per il settore della ceramica. Sempre secondo l’analisi di Confindustria Ceramica, ora il 24% della materia prima e del prodotto finito è trasportato via treno, con un miglioramento del 100% rispetto ad altri settori industriali.

Un altro successo riguarda gli impianti con consumi energetici inferiori al valore associato all’utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, secondo i parametri stabiliti dal Bats, il documento della Commissione europea che indica limiti emessivi e performance energetiche: in questo caso siamo al 74%.
Infine, un altro punto a favore riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo che impattano sulla transizione green. Per esempio, la produzione di piastrelle e lastre con spessori sottili consente di ridurre del 30-40% le emissioni di anidride carbonica.
La sostenibilità, insomma, non è impossibile, ma raggiungerla costa fatica e denaro. E a volte questa abbinata risulta non alla portata delle imprese legate al mondo dell’edilizia. Per questo, senza perdere di vista gli obiettivi green, un pò di flessibilità nell’applicazione delle soluzioni sarebbe auspicabile. Ma soprattutto utile per tutti.
Transizione green, ferro e acciaio
Naturalmente il problema non riguarda solo l’industria della ceramica. È tutto il sistema industriale italiano a essere sotto pressione. Un altro esempio, legato in qualche modo alle costruzioni, è quello della produzione di ferro e acciaio, che serve per il cemento armato, per le travi a T, oppure per alzare grattacieli o edifici a vetrate.

C’è il rischio che il maggior produttore, Acciaierie d’Italia, cioè la ex Ilva, che ha sulla roadmap una transizione ecologica, subisca uno stop dettato anche dai noti problemi ambientali. «Sulla decarbonizzazione di Taranto siamo fermi da un anno e mezzo, perché non ci sono soldi», ha scandito in un’intervista a La Stampa il presidente, Franco Bernabé. «Gli impianti nuovi richiedono anni per essere costruiti e nel frattempo, dal 2026, comincerà il décalage del Cibam (Council agrees on the Carbon Border Adjustment Mechanism) sui certificati verdi, oggi gratuiti. Per produrre con questi impianti, dal 2026 Acciaierie d’Italia avrà costi che non sarà in grado di sostenere».
E non si tratta di poca cosa: per gli stabilimenti a ciclo integrale occorre comprare 2 milioni di certificati verdi ogni milione di tonnellate di acciaio prodotte. E ipotizzando un prezzo di 100 euro a certificato, Acciaierie d’Italia dovrà sborsare 800 milioni di euro per sfornare 4 milioni di tonnellate di acciaio. Ammesso che gli impianti, denunciano i sindacati, non cadano a pezzi prima. E lo stesso problema lo hanno le imprese dello stesso settore. Transizione green sì, dunque, ma come ammoniva Alessandro Manzoni, «Adelante, ma con juicio».
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