Desertificazione rivendite

Mai come adesso, in Italia si sta assistendo ad una importante selezione delle rivendite. Facciamo una panoramica da Nord a Sud

Forse l’unica parola certa di questo periodo è “incertezza” in campo economico, politico, industriale. Termine che nel mondo della rivendita edile si affianca sempre più a quello di “desertificazione”: rivendite che chiudono, che attendono il cambiamento in un equilibrio precario, che si uniscono ad altre realtà. O che ricorrono al concordato in continuità, strumento che in alcuni casi può favorire i più furbi e sfavorire chi ha sempre operato nella correttezza. I problemi legati al credito e all’eccesso di capacità produttiva sono le principali cause della chiusura di molte società. L’incertezza non riguarda solo i tempi che ci vorranno per uscire dalla crisi, ma anche le modalità con cui operare, le scelte da intraprendere per non farsi schiacciare dall’attuale contesto economico e sociale. Le risorse sono poche e anche i gruppi di distribuzione che una volta proponevano innovazioni puntando sulla forza dell’unione, stanno incontrando serie difficoltà. Tuttavia non si può fare di tutta l’erba un fascio e in Italia la situazione risulta variabile da regione e regione. Basti pensare al Piemonte che, a differenza di altre zone, al momento non può considerarsi colpito dal fenomeno della desertificazione, e là di rivendite chiuse non se ne vedono molte, nonostante i problemi legati alla mancanza di liquidità. Sarà che, a parte nel periodo delle Olimpiadi a Torino del 2006, durante il quale c’è stata una crescita esponenziale del mercato, in tempi normali in Piemonte non sono mai state presenti grandi accelerazioni, né grandi frenate. Ad ammortizzare gli effetti della crisi, inoltre, vi è la crescita del mercato della ristrutturazione, contro le nuove costruzioni che invece sono sempre di meno. Insomma, le rivendite piemontesi stanno soffrendo meno rispetto a quelle di altre zone d’Italia e se in futuro ci sarà una desertificazione resterà in piedi solo chi ha le spalle grosse di fronte al problema dei pagamenti. Anche la Liguria non ha mai visto importanti aumenti in edilizia, mentre la Lombardia soffre ma, soprattutto intorno alla città di Milano, c’è movimento e il mercato tiene. Spostandosi un po’ più a destra sulla cartina italiana, invece, si scopre che le regioni più colpite sono Veneto ed Emilia Romagna, dove negli ultimi quattro anni le vendite sono crollate e il mercato si è bloccato in seguito ai precedenti periodi di grandi costruzioni e speculazioni edilizie. In particolare nella zona di Treviso è in atto una vera a propria pulizia di mercato: da una parte molte rivendite chiudono o vengono accorpate ad altri magazzini, dall’altra alcune strutture si stanno fortificando grazie a nuove acquisizioni. Nord e Centro Italia presentano situazioni piuttosto simili, al Sud invece le chiusure non sono all’ordine del giorno nonostante il crollo della domanda, la mancanza di liquidità da parte delle aziende e i cantieri fermi. Gli investimenti, sia pubblici che privati, sono diminuiti e le banche non concedono finanziamenti, lasciando un grosso punto interrogativo su quel che avverrà in futuro in mancanza di interventi mirati e concreti da parte delle istituzioni statali. A permettere alle rivendite meridionali di rimanere sul mercato è soprattutto la presenza di strutture a conduzione familiare: perdere l’azienda è come perdere la famiglia e non ci sono distinzioni tra sfera lavorativa e privata. Questo porta a concentrare ogni energia sul lavoro e a resistere con tutte le forze, riducendo i costi ai minimi termini nell’attesa di tempi migliori. Se non ci sarà una svolta del mercato, però, le chiusure si verificheranno anche al Sud, con il rischio, come sta già avvenendo in molte regioni del Nord Italia, che lo strumento del concordato in continuità penalizzi le aziende serie. Al di sopra di ogni differenza territoriale, l’edilizia coinvolge tutto il Paese e probabilmente è sensato pensare che la ripresa economica debba passare attraverso il settore edile. Per fronteggiare la situazione i rivenditori stanno puntando al mercato della ristrutturazione, stanno cercando di investire su settori che avvicinino maggiormente i privati al mondo della rivendita e stanno lavorando su servizi e qualificazione del personale a livello tecnico. La specializzazione ha più successo al Centro-Nord rispetto al Sud, dove conviene ancora cercare di trattare tutte le tipologie di merci, non potendo affidarsi alla multi-specializzazione, attualmente troppo costosa. Tutti d’accordo sul fatto che in futuro la rivendita debba diventare il punto di riferimento per ogni impresa piccola e media, con interlocutori preparati e disponibili al dialogo. Da non sottovalutare, inoltre, che alla filiera si sta affacciando sempre di più un nuovo attore, ovvero la grossa distribuzione. È quindi ancor più necessario che le rivendite facciano un salto di qualità a livello imprenditoriale e si organizzino per offrire i servizi della grossa distribuzione, che ha il grande vantaggio di farsi pagare immediatamente. Insomma, il futuro della desertificazione è dettato anche dalla capacità delle rivendite di rimettersi in discussione, di mantenere i comportamenti utili e lasciare andare quelli non più adeguati. Solo chi decide di essere ben strutturato potrà sopravvivere.

 

 

I RISCHI DEL CONCORDATO IN CONTINUITA’

L’introduzione del Decreto Legislativo 83/12 ha istituito il cosiddetto concordato in continuità, provvedimento volto a cercare di evitare la rapida procedura di fallimento di aziende che si trovano in un momento di grave difficoltà e che, invece, grazie al concordato in continuità, potrebbero continuare a restare sul mercato a determinate condizioni, tentando un risanamento aziendale.

Questa finalità positiva, però, può nascondere rischi a danno delle imprese che operano o potrebbero iniziare ad operare con aziende in concordato, dovuti in particolare alla tempistica, cioè al periodo in cui si viene a conoscenza della situazione di sofferenza dell’azienda che decide di ricorrere al concordato in continuità. La ditta, infatti, presenta domanda di concordato al giudice, il quale fissa un termine (da 60 a 120 giorni, prorogabile di altri 60 giorni) per la presentazione del progetto concordato che dovrebbe portarla alla situazione di definizione della situazione debitoria.

Sarà poi cura della Cancelleria del Tribunale trasmettere tempestivamente (entro 48 ore) la notizia della domanda di concordato alla Camera di Commercio per la sua trascrizione nel Registro delle Imprese (altre 48 ore) e così rendere pubblica la situazione di concordato. Il rischio che corrono le aziende che hanno rapporti con ditte in concordato è che nelle more della trascrizione al Registro delle Imprese, potrebbero continuare ad avere normali contatti commerciali, ignare della richiesta di concordato. Inoltre, esiste il rischio di ottenere solo un soddisfacimento parziale del proprio credito, anche se l’alternativa sarebbe il fallimento della ditta debitrice.

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