Consolidamento antisismico: perché la sicurezza non è straordinaria

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Riqualificare gli edifici per evitare che crollino alla prima scossa di terremoto. Finora gli interventi massicci di consolidamento antisismico sono stati legati a finanziamenti di natura eccezionale e in occasione delle emergenze. Invece la solidità va affrontata in modo sistemico e non solo sulla scia delle ricorrenti calamità.

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L’adeguamento antisismico non deve essere “straordinario”

Dal Dopoguerra in poi, abbiamo costruito il nostro territorio a forza di programmi straordinari di intervento, per poi accorgerci in epoche più recenti che certe tipologie costruttive e urbanistiche non erano propriamente straordinarie, cioè eccezionali nel senso della qualità.

Allora, ci siamo inventati i programmi straordinari di riqualificazione urbana, con tante sigle quante sono le sfaccettature della nostra fantasia italica: Pri, Pru, Piruea, Piu, fino ai programmi Urban e ai Contratti di Quartiere. Tutti programmi straordinari, che di extra avevano per lo più risorse pubbliche da mettere in gioco e qualche buona pratica di coordinamento, ma che proprio nella loro straordinarietà ed eccezionalità hanno tuttavia fatto perdere di vista il vero obiettivo.

Una politica seria, costruttiva e soprattutto solida deve guardare alla logica ordinaria di una prevenzione che deve diventare il leit motiv del nuovo costruire e delle nuove politiche di intervento.

Terremoti in Italia: il Sismabonus non basta

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Terremoto a Norcia

Per iniziare a concepire questo cambio di rotta sono serviti eventi straordinari. Anche se non eccezionali, perché la sismicità del nostro Paese è un fattore ordinario con il quale ancora oggi fatichiamo a convivere. I terremoti recenti in Italia, da Amatrice in poi, hanno finalmente imposto alla politica nazionale una presa di coscienza non ancora tuttavia diffusa come pratica di intervento, sulla necessità di mettere mano al costruito e consolidarne le fondamenta.

Gli strumenti straordinari messi in atto dal Governo rispetto alla defiscalizzazione degli interventi di consolidamento strutturale (il Sismabonus, per intenderci) sono il primo esempio di questo cambio di rotta, ma non sono tuttavia ancora sufficientemente dotati di una logica di lungo periodo e di investimento costante e ordinario. Sono ancora strumenti straordinari legati a bilanci annuali dello Stato e a logiche di finanziamento delle detrazioni fiscali che non hanno il respiro ordinario e strutturale che dovrebbero animarli.

Abbiamo bisogno di mettere mano al costruito perché siamo un Paese ricco di case vecchie, di edifici costruiti in epoche nelle quali la prima risposta non era nella sicurezza della costruzione, ma era nella costruzione stessa.

Edifici residenziali in Italia: più del 25% costruiti prima del 1945

Le esigenze di ricostruzione post bellica e poi quelle legate al baby boom e allo sviluppo economico e produttivo delle città e di molti territori hanno innescato fenomeni di rapida e disinvolta costruzione che oggi, in moltissimi casi, evidenzia i segni del tempo e si deve proprio alle caratteristiche costruttive. In Italia abbiamo 12,2 milioni di edifici residenziali, il 25,9% dei quali edificati fino al 1945.

L’edilizia storica da tutelare comprende 3,16 milioni di edifici, dei quali 920 mila sono in mediocri o pessime condizioni di manutenzione strutturale. Ma se la storia ovviamente in molti casi presenta il conto su edifici che oramai superano abbondantemente i 70 anni di età, è un po’ meno normale leggere le statistiche dell’Istat e scoprire che 1,1 milioni di edifici costruiti tra il 1946 e il 1990 sono nelle medesime condizioni di mediocre o pessima strutturalità. Dal 1991 in poi i numeri delle statistiche indicano che qualcosa è cambiato sotto il profilo della sicurezza statica degli edifici.

Dal 1991 in poi è stato edificato il 13,9% del nostro patrimonio in termini di edifici, ma solo lo 0,3% è in condizioni mediocri o pessime, ovvero 40 mila edifici su 1,7 milioni. Siamo diventati più bravi? Può essere. 

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Strutture antisismiche tra deficit strutturali e il divario Nord-Sud 

Le costruzioni associate alle norme di adeguamento antisismico, che hanno una prima data di riferimento nel 1971, hanno imposto nuove modalità. Inoltre, le stesse tecnologie costruttive sono cambiate, generalmente in meglio, e ciò ha contribuito a dare una dimensione migliore alla costruzione recente dal punto di vista strutturale, anche se come ben noto sotto il profilo energetico il deficit è molto forte.

Ma quindi, di ciò che è stato costruito dal Dopoguerra fino al 1990 che ne facciamo? Il consolidamento strutturale degli edifici non è una opzione da prendere in considerazione solo in presenza di forti incentivi e di programmi straordinari di intervento, ma deve diventare una filosofia complessiva sulla quale tutti devono tararsi, dalle amministrazioni pubbliche alle imprese, dai progettisti e ai produttori e rivenditori di materiali.

Perché c’è molto da fare e va fatto in alcuni ambiti nei quali le tipologie costruttive sono figlie della loro epoca. Su 12,2 milioni di edifici residenziali in Italia quasi 7 milioni sono costruiti con strutture portanti in muratura, circa 3,6 milioni con strutture in calcestruzzo armato e 1,6 milioni con altre tipologie costruttive. Ma è solo dal 1981 in poi che il cemento armato e il calcestruzzo sono diventati i materiali strutturali più utilizzati. Ancora nel decennio 1971-1980 gli edifici costruiti con strutture portanti in muratura erano poco più di 960 mila, a fronte di circa 900 mila in calcestruzzo armato.

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Il deficit strutturale di alcune tipologie costruttive lo si nota proprio nelle analisi delle statistiche sullo stato di conservazione degli edifici residenziali, che presenta 1,53 milioni di edifici costruiti in muratura in mediocri o pessime condizioni di manutenzione a fronte dei 325 mila realizzati in calcestruzzo armato. Se, poi, si analizzano i dati per epoca, con riferimento al periodo 1946-1990 ben 670 mila edifici in muratura hanno condizioni mediocri o pessime, a fronte dei circa 290 mila di quelli realizzati in calcestruzzo armato. Sono numeri rilevanti in entrambi i casi, che mettono in evidenza la necessità di intervenire in modo concreto e anche in tempi rapidi. L’Italia, paese sismico ed esposto a varie calamità non può permettersi di avere oltre 1 milione di edifici costruiti tra il 1946 e il 1990 in simili condizioni.

Ovviamente le soluzioni di intervento sono diverse a seconda dei materiali strutturali utilizzati, ma non ci sono solo le tipologie costruttive, ci sono anche e soprattutto le dimensioni territoriali dei fenomeni che evidenziano ancora una volta un divario Nord-Sud che andrebbe colmato non solo sotto il profilo socioeconomico, ma anche dal punto di vista della sicurezza del costruito. Dei 12,2 milioni di edifici residenziali, dei quali oltre 2 milioni in pessime o mediocri condizioni di conservazione, 2,7 milioni sono localizzati nel Nord Ovest, 2,4 milioni nel Nord Est, circa 2 milioni nel Centro, oltre 3 milioni nel Sud e quasi 2 milioni nelle Isole.

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La mappa del degrado strutturale vede nelle Isole il 23,8% di edifici in pessime o mediocri condizioni rispetto al totale dell’edificato in quelle regioni, valore molto elevato (quasi un edificio su quattro), percentuale che scende al 20,7% ma rimane elevata al Sud, per poi scendere al 16,8% nelle Isole e scendere ulteriormente al 14,1% del Nord Ovest, al 13.5% del Centro e alla percentuale più bassa, pari al 12,3%, nelle regioni del Nord Est. Volendo usare questi dati per tracciare un quadro della sicurezza statica degli edifici si potrebbe dire che mentre nel Nord Est certamente il terremoto del 1976 in Friuli ha avviato una coscienza che si è anche tradotta in un miglior rapporto tra costruito e sicurezza, nel Sud Italia neppure il terremoto dell’Irpinia del 1980 è riuscito ad invertire una rotta che vede ancora quelle regioni fortemente deficitarie in termini di consolidamento strutturale e manutenzione degli edifici (oltre un edificio su cinque è in pessime o mediocri condizioni).

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Terremoto a L’Aquila il 17 aprile 2009

A onor del vero va anche detto che dal 1991 in poi si nota una certa diminuzione del numero di edifici di epoca recente in mediocri o pessime condizioni, tuttavia i numeri raccontano da soli una diversità che sarà difficile da recuperare se non cambierà strutturalmente la mentalità delle persone e delle amministrazioni. Il rischio è continuare a leggere notizie che raccontano di crolli strutturali anche in assenza di eventi calamitosi.

È un rischio che non possiamo permetterci, un rischio che va evitato e che ha necessità di strumenti ordinari e non straordinari. È nella pratica continua e costante che possiamo cambiare definitivamente rotta. Speriamo che il Governo abbia finalmente intrapreso, definitivamente e con convinzione anche in termini di risorse, questa strada. Il vero cambio avverrà quando considereremo gli interventi di consolidamento strutturale fattori normali di intervento nella riqualificazione degli edifici, e non elementi straordinari verso i quali posporre decisioni e investimenti ormai non più procrastinabili. La nostra sicurezza è la nostra certezza. Essere sicuri è poter aspirare ad una vita sicura. L’adeguamento antisismico non solo una opportunità di mercato, ma prima di tutto un dovere verso noi stessi, che in quegli edifici abitiamo, mangiamo, dormiamo, giochiamo, viviamo e dobbiamo farlo in completa sicurezza.

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